La soluzione è la recessione

Lunedì nero per i mercati mondiali che hanno vissuto una delle giornate più drammatiche dall'inizio della crisi finanziaria americana, con Piazza Affari fra le peggiori in Europa. Il Mibtel ha chiuso in calo dell'8,24% a 17.976 punti, il ribasso più consistente dal 1998 che ha riportato l'indice sui minimi di maggio 2003. Leggi Il postino della crisi
6 OTT 08
Ultimo aggiornamento: 23:23 | 20 AGO 20
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Il piano di salvataggio in America è diventato legge. I membri del Congresso si sono turati il naso e hanno votato la sua approvazione. Perché qualcosa deve pur essere fatto. Il presupposto è che non far nulla contribuisce a far avvicinare la possibilità di una recessione. E la recessione è inaccettabile. Ma proprio questo ragionamento è uno dei motivi principali per cui ci troviamo sull’orlo di una catastrofe finanziaria. Adottando una politica di tolleranza zero nei confronti della recessione, per più di un decennio Washington ha alimentato pericolosamente l’economia con steroidi monetari. La verità è che la recessione può essere esattamente ciò di cui abbiamo bisogno per riportare in salute l’economia. Invece il piano di salvataggio cerca di sfuggire al riconoscimento di questo fatto – il che potrebbe aggravare ancora di più la situazione. Può apparire strano che evitare rallentamenti e contrazioni economiche possa avere effetti collaterali. Le recessioni, dopo tutto, provocano danni concreti. La Fed dell’era Greenspan ha esagerato con l’evitare a tutti i costi fenomeni di recessione. Ciò ha contribuito a quell’eccessiva assunzione di prestito che è all’origine della crisi.
Dopo lo scoppio della bolla di Internet, la Fed si spinse oltre i suoi precedenti interventi e abbassò il tasso interbancario all’1,25 per cento per quasi otto mesi e poi addirittura all’1 per cento per un intero anno. Con un tasso così basso, i consumatori che risparmiano hanno soltanto da perderci: meglio spendere o contrarre prestiti. Hanno fatto entrambe le cose. Il debito bancario, in rapporto al pil, è salito del 50 per cento in cinque anni, il tasso di risparmio è precipitato a zero. Ma la Fed era già diventata eccessivamente permissiva molto tempo prima. Nel 2001, la “mossa Greenspan”, cioè l’idea che la Fed avrebbe tempestivamente tagliato i tassi per impedire qualsiasi declino del mercato azionario, era condivisa da tutti. Si è trattato però di una svolta radicale, perché la Fed non aveva mai considerato il mercato azionario come parte della sua responsabilità.
Negli anni Novanta, la Banca centrale ha riconosciuto l’effetto positivo che avevano sull’inflazione le importazioni a basso prezzo, ma ha lasciato i tassi di interesse troppo bassi. L’aumento del debito bancario rispetto al pil è cresciuto a partire dal 1996 e il tasso di risparmio è cominciato a precipitare nel 1992. Greenspan aveva un’attenzione maniacale per dati e statistiche: la sua ignoranza delle conseguenze inevitabili di questi fenomeni risulta quindi incomprensibile. Questa politica del denaro facile non è la sola colpevole. Una regolamentazione inadeguata ha impedito di tenere sotto controllo le attività finanziarie eccessivamente rischiose di Wall Street. Gli strateghi politici di oggi stanno ripetendo l’errore già commesso da Greenspan: voler evitare a tutti costi una recessione.
Ma la verità è che non esiste un modo indolore per uscire dalla crisi finanziaria. McCain e Obama non sono sembrati pronti ad ammetterlo. Washington sembra decisa a rintuzzare i danni immediati pagando i debiti di Wall Street, senza preoccuparsi di quali saranno i costi a lungo termine. Il piano di salvataggio è un esempio di come l’opportunismo può scavalcare l’efficienza. La soluzione migliore è lasciare che il prezzo dei titoli crolli, acquisire le banche fallite e ricapitalizzarle e poi rivenderle agli investitori. Questo almeno è ciò che suggerisce un nuovo studio del FMI, in cui sono state esaminate 124 crisi bancarie verificatesi nel corso degli ultimi 27 anni. Questo approccio ha effetti più pesanti sull’economia nel breve periodo, provocando di solito due o tre anni di grave recessione, ma garantisce una solida ricrescita dopo di essa.
Putroppo gli Stati Uniti non accettano la prospettiva di una recessione: l’idea di un doloroso sacrificio è considerata del tutto inammissibile. E cambiare strada poi non serve: i giapponesi alla fine lo hanno fatto, hanno costretto le banche a sottoscrivere prestiti poco vantaggiosi e hanno fatto iniezioni di fondi pubblici; ma ancora oggi, a 18 anni di distanza dallo scoppio della crisi, rimangono bloccati in una trappola deflazionaria. Gli americani sono molto attaccati alla gratificazione immediata. Altrettanto forti sono le pressioni perché il piano di salvataggio sia approvato. Ma se queste due forze non sono tenute sotto uno stretto e onesto controllo, possono portare l’America a ripetere lo stesso errore che l’ha fatta originariamente precipitare in questa crisi finanziaria. (traduzione di Aldo Piccato)
di Yves Smith @ Christian Science Monitor